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Progetto Nano-Cathedral

Come si salva la facciata: la nanotecnologia per il restauro.

 

Vi è mai capitato di visitare una città e scoprire, vostro malgrado, di non poter fotografare un monumento perché “impacchettato” per manutenzione?
Oggi, grazie ai continui sviluppi nel campo della ricerca e dell’innovazione tecnologica, il restauro è sempre meno visibile.

Un importante contributo alla conservazione dei beni culturali arriva dalle biotecnologie.

Il biorestauro utilizza microrganismi, come i batteri, che, selezionati e applicati sulla superficie dell’opera, diventano veri e propri restauratori.

Ci sono infinite varietà di microrganismi, così come molte possono essere le tipologie di alterazioni sulle opere d’arte.

Una volta analizzata la natura della sostanza da rimuovere sull’opera, si selezionano i batteri utili, che possono ridurre, a seconda delle necessità, i solfati in idrogeno solforato, i nitrati in azoto molecolare e la sostanza organica in anidride carbonica (gas non tossici che poi si liberano nell’aria).

I batteri, una volta terminato il proprio compito, si inattivano, non provocando alcun danno all’opera stessa.

Funziona davvero? Certo!

Con queste tecnologie sono stati curati, per fare qualche esempio, la Pietà Rondanini di Michelangelo, alcune guglie del Duomo di Milano e parte della facciata di Santa Maria delle Grazie a Milano, opere che oggi possiamo ammirare “ripulite” in tutto il loro splendore.

Anche le nanotecnologie possono essere impiegate per il restauro. Soluzioni di nanoparticelle vengono applicate con il pennello sulle superfici lapidee o fatte penetrare nelle porosità, per respingere l’acqua delle piogge e neutralizzare muffe e batteri.

Nanotecnologia

Un esempio concreto?

Il progetto Nano-Cathedral, terminato lo scorso anno, che ha visto lo sviluppo di nanomateriali per la conservazione e il restauro a seguito di una ricerca condotta su litotipi rappresentativi di differenti stili, aree geografiche e condizioni ambientali. Tra gli edifici coinvolti nel progetto ci sono il Duomo di Pisa e la Oslo Opera House in Norvegia.

Noi cosa abbiamo fatto?

Abbiamo studiato e dato soluzioni per fare in modo che il progetto potesse diventare realtà!

 

Ginevra reperti romani

Carabinieri riportano
in Italia da Ginevra 45 casse
di reperti romani ed etruschi trafugati

Uno dei pezzi recuperati: un eccezionale sarcofago etrusco raffigurante un uomo disteso. © Ministère public genevois

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Robin Symes (foto piccola) e una delle opere d’arte recuperate a Ginevra. © Ministère public genevois

(Roma)
Sono già in Italia centinaia di eccezionali reperti etruschi e romani sequestrati a Ginevra. Erano conservati in 45 casse in depositi di proprietà del mercante inglese Robin Symes che è stato arrestato in Inghilterra. L’indagine compiuta dal Nucleo Tutela Beni culturali dei Carabinieri è partita a marzo 2014. La notizia è pubblicata dal quotidiano britannico The Telegraph.

Il giudizio del tribunale svizzero ha consentito di riportare in Italia tutti gli oggetti trovati nei depositi. Oltre a numerosi vasi di grande valore, tra i capolavori ritrovati due eccezionali sarcofagi probabilmente scavati illegalmente a Tarquinia: il coperchio di uno dei due reperti raffigura un uomo disteso che conserva i colori originali; l’altro è una figura di donna, anch’essa policroma (foto in basso, © Ministère public genevois).

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Robin Symes, 75 anni, è ben noto per essere da decenni al centro del traffico illecito di archeologia. Da lui il Getty Museum di Malibù e il Metropolitan di New York, tra gli altri, avevano acquistato gran parte dei reperti restituiti al nostro Paese negli ultimi anni; si calcola che il valore dei pezzi venduti durante l’attività di Symes sia di almeno 170 milioni di euro.

L’antiquario, che possiede case a New York, Londra, Atene e una magnifica villa nell’isola di Schinoussa nell’arcipelago delle Cicladi, era già stato condannato nel 2005 in Inghilterra a due anni di prigione, ma liberato sette mesi dopo.